Come ridurre il rischio di infezione in gravidanza
 
Quante raccomandazioni fatte dal vostro ginecologo in merito a questa infezione, ma a volte quanta poca informazione e quanti dubbi...
Allora cerchiamo di chiarire, dove possibile, come comportarci e quale è realmente il problema.
 
La toxoplasmosi è una zoonosi (malattia infettiva degli animali e trasmissibile all’uomo) causata dal protozoo intracellulare obbligato (organismo unicellulare che vive nelle cellule di altri animali) Toxoplasma gondii.
I gatti e altri felini sono ospiti definitivi del protozoo e in essi si compie il ciclo sessuale del protozoo con la produzione di oocisti infette.
L’uomo e altri animali a sangue caldo, quali ospiti intermedi, si possono infettare attraverso le oocisti escrete con le feci dei gatti e disseminate nell’ambiente (acqua, terreno, vegetali) o attraverso le cisti presenti nei tessuti di animali infetti.
 
Nell’uomo il contagio può avvenire attraverso quattro vie di trasmissione: 
  • Ingestione di cisti tissutali con carni crude o poco cotte, inclusi salame, prosciutto e carne secca e di forme proliferative presenti nel latte di animali infetti.
  • Ingestione di oocisti escrete dai gatti e contaminanti acqua e terreno, incluse frutta e verdura mal lavate e contaminate dalle feci dei gatti.
  • Trapianto di organi o emotrasfusioni da donatori sieropositivi per toxoplasma.
  • Trasmissione madre-figlio, quando l’infezione primaria si verifica durante la gestazione.
 
Uno studio europeo multicentrico caso-controllo ha concluso che il consumo di carne cruda e poco cotta è la principale fonte di contagio in gravidanza, mentre il contatto con terreno contaminato contribuisce per una quota minore di infezioni.
 
La trasmissione materno-fetale è possibile in caso di prima infezione in gravidanza, in una donna perciò precedentemente sieronegativa. Il rischio globale di trasmissione al feto risulta compreso tra 18-44%, ma dipende dall’epoca gestazionale, aumentando con il progredire della gravidanza; anche la gravità dell’infezione congenita dipende dall’epoca gestazionale, ma in modo inversamente proporzionale: più precoce è l’infezione più grave è il danno (ma meno probabile).
La percentuale globale di manifestazioni cliniche tra i neonati di madri infette varia tra il 14 e il 27%: le principali sequele sono corioretinite, cecità, idrocefalia, danni neurologici e ritardo mentale.
L’infezione è ubiquitaria, ma la suscettibilità ad essa, ovvero il tasso di donne in età fertile sieronegative, varia tra i paesi: negli USA il 15% delle donne è già sieropositivo e quindi protetto, in Italia lo è il 40% delle donne in età fertile.
Nel nostro paese quindi il 60% delle donne in gravidanza è a rischio di infezione con possibile trasmissione al feto.
 
La diversa prevalenza dell’infezione è la principale ragione delle differenti politiche di screening adottate nei diversi paesi.
Lo screening prenatale è offerto in Italia, Francia, Svizzera, Austria e Germania: prevede un primo test sierologico per stabilire lo stato immunologico (anticorpi specifici antitoxoplasma IgG e IgM sul sangue materno) ed in caso di negatività il test si ripete a cadenza di 4-8 settimane fino al termine della gravidanza, vista la scarsa o nulla sintomatologia della malattia. Nella maggioranza dei casi la diagnosi differenziale tra infezione precedente e infezione in atto è chiara, nei restanti casi si rendono necessari approfondimenti diagnostici in laboratori dedicati.
In caso di sospetta sieroconversione in gravidanza, la diagnosi di infezione fetale è possibile tramite la ricerca del DNA parassitario nel liquido amniotico mediante amniocentesi ed in caso di conferma di infezione fetale la donna può decidere, dopo una adeguata consulenza con lo specialista, se interrompere la gravidanza (se nei termini di legge) oppure continuare o iniziare una terapia farmacologica.
 
Purtroppo, non esiste ancora un reale consenso sulle modalità di trattamento per le donne con infezione primaria in gravidanza, in quanto una revisione sistematica non ha identificato nessuno studio controllato randomizzato che abbia valutato la reale efficacia della terapia antibiotica prenatale in donne con infezione primaria allo scopo di prevenire l’infezione congenita e migliorare gli esiti neonatali.
Le criticità legate allo screening in gravidanza sono:
  • I falsi positivi legati alla titolazione delle IgM (anticorpi recenti) e la loro possibile persistenza fino a 18 mesi dopo l’infezione.
  • La mancanza di una tecnica standardizzata per la diagnosi di infezione fetale mediante amniocentesi, con sensibilità e specificità dell’esame variabile nei diversi contesti e laboratori.
  • La mancanza di chiare prove di efficacia del trattamento con antibiotici nel prevenire l’infezione congenita o migliorare gli esiti neonatali e la scarsa chiarezza sui potenziali effetti dannosi dei farmaci sulla madre e sul feto.
  • Le perdite di feti sani legate alla amniocentesi (0,5-1%) o alle interruzioni di gravidanza indotte dallo screening.
 
I paesi come Regno Unito e Stati Uniti, in cui lo screening non è raccomandato, gli sforzi sono puntati sulla prevenzione primaria, vale a dire su misure igieniche atte ad evitare l’infezione in gravidanza: queste misure igieniche sono adottabili quotidianamente in maniera semplice, ma la maggior parte delle donne non è consapevole delle modalità attraverso le quali prevenire l’infezione.
 
I professionisti devono quindi informare le loro pazienti in gravidanza su come ridurre il rischio di toxoplasmosi, soprattutto considerando che a tutt’oggi il percorso di diagnosi e terapia della infezione materna non è semplice né scevro da dubbi e rischi di errori valutativi anche da parte di personale esperto e dedicato e da quanto tutto questo possa condizionare la serenità della coppia.
 
Per ridurre il rischio di infezione in gravidanza si consiglia di:
  • Lavare frutta e verdura con abbondante acqua (incluse le insalate confezionate e lavate) prima della manipolazione e del consumo.
  • Lavare le mani prima, durante e dopo la preparazione degli alimenti.
  • Cuocere bene la carne e gli alimenti surgelati.
  • Evitare le carni crude conservate come prosciutto e insaccati e le uova crude.
  • Evitare il contatto con le mucose (bocca e occhi) dopo aver manipolato la carne cruda e gli alimenti crudi.
  • Evitare il contatto con terriccio potenzialmente contaminato da feci del gatto ed evitare il contatto con le feci del gatto (eventualmente indossare guanti e successivamente lavare bene le mani).
 
E dopo il parto, fatevi portare un bel panino al prosciutto crudo... sarete felici!
 
 

    

Dottoressa Patrizia Gementi

 

Dirigente dell’Unità di Ostetricia e Ginecologia presso l’Ospedale Buzzi di Milano

 

Studio Medico Associato Oldrini e Gementi (Piazza Libertà 2, 20010 Cornaredo MI)

 

Medical Center Buonarroti (Via Tiziano 9, 20145 Milano)

 

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